Chiunque abbia studiato o si sia appassionato ai temi della psicologia del lavoro sa che il cosiddetto “Effetto Hawthorne” rappresenta una delle più affascinanti e rivoluzionarie scoperte in questo ambito. La teoria si sviluppa a partire da una serie di esperimenti, condotti negli anni ’20 e ’30 del Novecento, che hanno evidenziato l’importanza del fattore umano nella produttività, ridefinendo il modo in cui aziende e organizzazioni considerano il ruolo dei dipendenti.
Gli esperimenti furono condotti presso l’Hawthorne Works, uno stabilimento della Western Electric Company situato a Cicero nell’Illinois, dove si fabbricavano apparecchiature telefoniche ed elettriche.
Lo scopo primario degli studiosi, guidati dallo psicologo australiano Elton Mayo, era quello di verificare l’impatto delle condizioni fisiche del luogo di lavoro, come l’illuminazione, sulla capacità produttiva dei lavoratori. Tuttavia, con gran sorpresa dei ricercatori, gli esperimenti portarono a conclusioni decisamente inattese: non era tanto il cambiamento delle condizioni fisiche del lavoro a influenzare il livello di produttività dei lavoratori, quanto piuttosto la consapevolezza di questi ultimi di essere oggetto delle attenzioni dei superiori.
Le prestazioni dei lavoratori, infatti, miglioravano a prescindere dalle variazioni dell’intensità dell’illuminazione. Se l’intensità aumentava, miglioravano anche le prestazioni ma ciò accadeva anche quando l’intensità diminuiva. Inoltre furono osservati miglioramenti della prestazione sia nel gruppo sperimentale, quello sottoposto a variazione di illuminazione, sia nel gruppo di controllo cioè quello non sottoposto ad alcuna variazione.
Gli studiosi provarono a considerare anche altre variabili come l’orario di servizio, le pause, l’affaticamento e i pasti offerti ma senza ottenere risultati significativi: la prestazione tendeva sempre a migliorare indipendentemente dall’incremento o decremento della variabile considerata.
Mayo concluse che le persone tendono a modificare in positivo i propri comportamenti quando avvertono di essere considerate e apprezzate, sottolineando l’importanza di un ambiente lavorativo in cui ogni individuo possa sentirsi valorizzato e degno di attenzione.
Mai prima di allora si osò pensare che i fattori psicologici e sociali potessero influenzare la produttività aziendale. Per questo motivo l’ Effetto Hawthorne segna l’inizio di un nuovo approccio nella gestione delle risorse umane, più orientato al benessere individuale e alla motivazione dei lavoratori. L’uomo non è più considerato un semplice esecutore di istruzioni operative, un ingranaggio del sistema azienda, ma un soggetto integrato in una complessa realtà sociale.
Gli studi di Mayo, inoltre, hanno contribuito allo sviluppo di modelli e tecniche di leadership basati sull’empatia, la comunicazione e la valorizzazione delle competenze.
In conclusione, al netto delle critiche della comunità scientifica, in relazione allo scarso rigore metodologico che ha caratterizzato i primi esperimenti, l’Effetto Hawthorne è una pietra miliare nell’ambito degli studi di psicologia del lavoro poiché ha evidenziato che il cuore pulsante di una organizzazione risiede nelle persone e nelle relazioni umane, al di là delle tecnologie e delle condizioni fisiche entro cui sono inserite.
